Ovviamente parlando dell’amore che l’uomo è chiamato a dare a Dio, non si può ignorare il tema dell’infedeltà. Abbiamo già visto come l’amore di Dio è più forte del peccato. Ma ora dobbiamo chiederci perchè l’uomo è incapace di vivere fedele all’amore di Dio per lui?

La Bibbia, come abbiamo già visto, risponde a questo interrogativo fin dai primi capitoli della Genesi: l’uomo con il suo atto di superbia, di non amore, di volersi fare a prescindere dall’amore creativo di Dio, ha compromesso, anche senza estinguerla interamente la libertà di fare il bene e di amare.

Dopo il peccato di origine, il male dilaga nel mondo e prima del diluvio universale l’autore esclama con amarezza: “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo“ (Gn 6,5-6).

L’espressione si “pentì”, è un antropomorfismo, perchè Dio non può propriamente pentirsi, per indicare l’enormità del mistero del male, che contraddice la creazione stessa voluta per amore e nell’amore.

Ma anche questa volta la misericordia divina ha il sopravvento. Dio mostra la sua onnipotenza soprattutto con la misericordia. Non sarebbe da Dio distruggere, fare il male alla creatura, ma è da Dio perdonare la sua creatura. I suoi “ripensamenti” attestano che il suo amore misericordioso prevale sulla giusta condanna che dovrebbe abbattersi sui peccatori.

Questo testimonia l’autore della Genesi allorquando, devastata la terra con il diluvio, Dio promette: “Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con i vostri discendenti dopo di voi; con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e bestie selvatiche, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra” (Gn 9,9-11).       Questo è significato anche con Mose, quando Dio gli dice: “Ho osservato questo popolo e ho visto che è un popolo dalla dura cervice. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga. Di te invece farò una grande nazione” (Es 32,9-10) e nella supplica di Mosé che segue.

La promessa del mediatore della nuova alleanza

L’incapacità degli uomini a corrispondere all’amore di Dio, manifesta l’esigenza di una mediazione, che nell’Antico Testamento si attua mediante l’opera di uomini o donne giusti. È da questo tema biblico che bisogna partire per giungere alla figura del grande mediatore Cristo Gesù.

La storia d’Israele, paradigma di tutta l’umanità, con le sue cadute e infedeltà, attesta, nonostante tutto l’amore  e la predilezione di cui il Signore lo ha favorito, l’incapacità dell’uomo di usare la libertà per aderire a Dio e la necessità della mediazione a suo favore.

In tutto questo i profeti mentre denunziano il peccato dell’uomo e l’opposizione al disegno di Dio, si fanno annunziatori di una speranza inaudita, una speranza che esorta a guardare ad un futuro in cui Jhwh interverrà personalmente per liberare la sua creatura e il suo popolo e restaurare il dialogo d’amore e di comunione.

In questa ottica il profeta Osea annunzia che Dio riprenderà la sua sposa adultera e la renderà fedele: “Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acòrin porta di speranza. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto. E avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – mi chiamerai: Marito mio, e non mi chiamerai più: Mio padrone. Le toglierò dalla bocca i nomi dei Baal, che non saranno più ricordati. In quel tempo farò per loro un’alleanza con le bestie della terra e gli uccelli del cielo e con i rettili del suolo; arco e spada e guerra eliminerò dal paese; e li farò riposare tranquilli. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (Os 2,16-22).

Con il Profeta Geremia Dio promette di parlare con un linguaggio nuovo a quel cuore ribelle: “Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova. Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro Signore. Parola del Signore. Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato” (Ger, 31,31-34).

Ancora più chiaramente il profeta Ezechiele parla della creazione di un cuore nuovo, capace di amare: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi” (Ez 36, 25-27).

Il profeta Isaia dal canto suo traccia la fisionomia spirituale di colui per mezzo del quale Dio stipulerà questa nuova alleanza e creerà questo cuore nuovo: il servo di Jhwh, un uomo che Dio ha “formato e stabilito come alleanza del suo popolo e luce delle nazioni” (Is 42, 6).