La seconda verità invece attesta che Dio ha amato l’uomo privandosi Lui stesso della vita. Dio si priva della vita del suo Figlio unigenito. Questo significa fare di Cristo Gesù una vittima di espiazione per i nostri peccati.

Con Cristo il sacrificio di espiazione dei peccati, che nell’Antico Testamento era significato dall’immolazione di un’animale, acquisisce il suo vero significato. Realmente Cristo si immola al Padre. Veramente Cristo si priva della sua vita per farne dono agli uomini. Lui muore perché noi viviamo. Lui si priva perché noi riceviamo. Lui si dona perché noi ritorniamo a Dio in pienezza di vita eterna. Dio è così il modello unico, eterno, fino alla consumazione dei secoli di come si ama.

Di fatto nel dono del Figlio il Padre è andato al di là di ogni prospettiva umana, ci ha amati in maniera inaudita. Offrendo la sua vita per noi, Gesù ci ha dato la prova suprema del suo amore e ci ha dato l’esempio di come si possano amare i fratelli.

Di questa inaudita forma dell’amore divino la croce ne è il centro glorioso che sovverte ogni umana sapienza. Mai riusciremo a comprendere tutta la profondità di tale mistero. Anzitutto è necessario stare attenti per non interpretare la croce come punizione divina, ira di Dio, caricando il mistero di accezioni che niente hanno a che fare con la volontà di Dio.

Di fatto, quando l’apostolo Paolo afferma: “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio” (2Cor 5,21) e negli altri passi simili7, non intende dire che Dio ha riversato la sua collera sull’innocente, che ha punito il giusto al posto degli ingiusti. Non è questo l’agire di Dio. Ma San Paolo vuol dire che Gesù si è fatto solidale con noi peccatori. Egli ha preso su di sé il peccato, non perché si riversasse su di lui la collera di Dio, ma per riparare come uomo-Dio la nostra disobbedienza e il nostro rifiuto del progetto d’amore.

Gesù con la croce non ha ricevuto la punizione del Padre, ma come Persona divina ha sperimentato, anzitutto il rifiuto dell’uomo, invece come uomo è stato capace di corrispondere pienamente all’amore del Padre testimoniando al mondo, come dice nel contesto dell’ultima cena, fino a che punto Egli ama il Padre e che fa sempre ciò che il Padre gli ha comandato (cfr. Gv 14,31). Egli ha abbracciato la croce perché ha obbedito al Padre che gli ha comandato l’amore. La croce, dunque, non è la punizione di Dio che si abbatte, ma la risposta d’amore dell’uomo Gesù all’amore del Padre.

Il cammino che tutti noi siamo chiamati a percorre in Cristo e con Cristo è inverso a quello del primo Adamo, il quale rifiutò la sua dipendenza da Dio e cercò con la disobbedienza di impossessarsi della vita divina. Invece Gesù si è spogliato totalmente del suo essere divino e del suo essere uomo: “Pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato” (Fil 2,6-9). Lo spogliamento di sé, l’umiliazione, l’obbedienza, la morte diventano modalità di donazione di se stesso raggiungendo un livello insuperabile.