Nell’ultima cena Gesù ripete più volte ai discepoli di vivere nel suo amore e di amore reciproco.

Lo abbiamo già detto, e qui lo ripetiamo:  siamo resi capaci d’amare perché l’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori. L’amore vicendevole, poi, è il segno che Dio è dentro di noi e dunque che noi siamo suoi discepoli: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,34-35).

Perché Gesù lo chiama “comandamento nuovo”? Perché è nuovo se la volontà di Dio di amare non è nuova?

Il comandamento è detto nuovo perché legato alla nuova alleanza, che da lì a poco Gesù avrebbe concluso con il sacrificio del suo corpo sull’altare della croce e nel suo sangue versato per noi.

È nuovo perché la nuova legge ci comanda di amarci gli uni gli altri, ma nella misura e nella modalità esemplare di Cristo. Noi dobbiamo amarci gli uni gli altri fino alla fine, fino alla morte e alla morte di croce, come Lui, Cristo, ci ha amato. Dobbiamo amarci dando la vita gli uni per gli altri: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1Gv,3,16). La pratica del comandamento nuovo è il segno distintivo dell’essere discepoli di Cristo.

La motivazione dell’amore reciproco non è primariamente morale, ma teologale: ci si deve amare di reciproco amore anzitutto per vivere tra di noi la stessa unità d’amore che esiste nella Santissima Trinità. Il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo sono una cosa sola perché sono un solo amore pericoretico. Amandoci come la Santissima Trinità di amore reciproco saremo una cosa sola: “Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi” (Gv 17,11).